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Canzone dal Confine

Li vedi i fantasmi di pietra
mescolati all’altra gente,
li diresti svuotati del respiro,
li diresti pieni di niente,
volti privati del pianto
con occhi che guardano altrove,
con pochi pensieri soltanto
che si ripetono per ore ed ore.  Read More…

Alba Pratalia

 

 

Fermi i boves,

fermo il versorio

che il negro semen manca.

 

Alba pratalia

che l’orlo è nero

e la bara bianca.

The cat on the day

The cat on the day
that’s fading away,
he doesn’t say,
he doesn’t pray.
The cat wants to stay
along the thin day
that’s gone away,
watching and dreaming
scratching and screaming
without any noise,
he needs no choise.
The cat on the day
turning in night,
just smiles,
just smiles.

Come giara lizéra

Sparpaieme vent

come se fusse giara lizéra

e libereme nel gnent

che no voi pu tocar sta tèra.

Ma l’anima,

quela tégnela da cont,

scondela via.

Consolela en moment,

‘po portela da el

ovunque el sia.

Canzone piccola dalla vecchia stazione

Treni fermi

senza un perché ,

vapori che sviano

l’attesa.

Bicchieri svuotati

di finto caffè

non sanno capire

il domani.

False partenze,

orologi, cliché,

in tasca abbandono

le mani.

Si avviano i treni

ma i binari per me

sono una strada

già presa.

Vizi Capitali

Son invidioss

de quei che pol darse ala lussuria;

ciàpa da l’ira devento ross,

rabioss;

‘na furia.

Da gran goloss,

per consolarme,

‘na torta magnerìa;

anzi, tuta ‘na pasticeria,

ma me preme la moneda

e po’, che fadiga che sarìa!

Qualchedun che vol tirar la prima preda?

Ala fin, son pu brao de quel che se dirìa,

pu virtuoso de quel che no se creda.

 

Confine d’uomo

 

 

Stillicidio di luce opaca

annebbiato dal torpore,

costante rumore di fondo

che fiacca la coscienza.

Non filtra l’odore

di amorevole carezza

oltre le sbarre astiose

ridondanti di colpa,

verniciate d’indolenza.

Distratto lo sguardo si posa

su questo scordato confine

d’uomo; fuori ha più valore

il lento morire di una foglia,

l’abbaiare del cane nel cortile.

(confine d’uomo – ottobre 2008)

Femminea Fragranza

 

Femminea fragranza
disciolta nel mascara,
di cipria le mani
sono geishe inesperte
che indugiano il suo volto
come a palpare il buio.

Su di lei si addentra,
chino e prodigo:
complici sono i corpi,
unisoni gli intenti.

Verde dileggiare
fa cieca la ragione.
Trattengo a stento
straziante desiderio
dai troppi occhi.

La Poesia vincitrice

 

Ed eccola finalmente, la poesia vincitrice del concorso “Il Bottaccio”.

Vittoria annunciata anche sul giornale l’Adige di oggi.

Sòn dela ment
Meio dormir, dormir ancora.
Dessmissiarse l’è averzer i oci
e veder le miserie dela vita,
i gesti fati e la parola dita.
Meio dormir, dormirghe sora.
Me piaseria levar e viver ‘n altro dì,
ma fora dala sfesa mi vedo ancor quel lì.
Per no sofrir, sèro e dormo ancora.
Co’ la testa pozada sui dinoci
me ‘nciavo en te ‘l me mondo col luchet
e vardo ‘l stroff, ascolto el voit e resto al fret.

Traduzione
Sonno della mente
Meglio dormire, dormire ancora.
Svegliasi è aprire gli occhi
e vedere le miserie della vita,
i gesti compiuti e la parola detta.
Meglio dormire, dormirci sopra.
Mi piacerebbe alzarmi e vivere un altro giorno,
ma fuori dalla fessura io vedo ancora quello.
Per non soffrire, chiudo e dormo ancora.
Con la testa appoggiata sulle ginocchia
mi rinchiudo a chiave nel mio mondo
e guardo il buio, ascolto il vuoto e resto al freddo.

E questa è la motivazione della giuria (che condivido pienamente):

Il componimento sviluppa una misura perfetta e naturale di canto, dove la musica dialettale diventa lo strumento di recupero di una classicità perduta e ritrovata. Chiarezza e senso del mistero trovano la loro cifra musicale in un sapiente equilibrio metrico che comprende nella misura del madrigale, nella forma chiusa di questo canto perfetto, il viaggio regressivo nel chiuso mondo di un io che diventa il mondo di tutti. Armonia antica e difficile che unisce il popolare della parola dialettale, con una sua declinazione di autentica classicità.

Nella bara di vetroresina

 

Bianchi
si faranno gli occhi,
arcuata la schiena,
mangerò vermi
e forse pidocchi
in una bara
di vetroresina.
Sdraiata là
mi inghiottirà l’altrove
e dimenticherò
le buone maniere
la misura
la consuetudine.
Prima di perire
indiscussamente
leggerò il senso
di quel che non sarò,
lo leggerò stampato
finemente
sulla cute di un neurone
impenitente,
e così, sul finire, saprò.

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