Crea sito

Il coniglio nel cilindro

Alla fine dello spettacolino i bimbi si raggrupparono urlanti attorno al mago impedendogli di allontanarsi. Saltavano e gridavano e gli si aggrappavano alle gambe o alle code della giacca chiedendo insistentemente si svelare il mistero. “Come hai fatto a fare uscire il coniglio dal cilindro, dimmi come hai fatto!” “Ma è un coniglio magico?” “Dove lo tenevi nascosto?” “Mangia delle carote speciali che lo rendono invisibile per un po’?” Nel crescendo delle urla il mago, con sorriso bonario, cercava di divincolarsi con garbo e di raccattare le sue cose, ma solo l’intervento di un paio di genitori lo salvò da quella piccola orda di curiosi. Solamente un ragazzino gli rimase accanto e gli porse il cappello a cilindro che,  a forza di urti e spintoni, gli era caduto dalla testa. “Grazie”, disse il mago. Il bambino si limitò a sorridere. Il mago si piegò sulle ginocchia per essere più o meno della stessa altezza del giovanotto: “Vuoi sapere il trucco del coniglio?” gli chiese con fare complice. Ma il bambino scosse la testa e rispose: “Vorrei vedere un altro coniglio uscire dal cappello”.

Cannibali 2.0

Ossa

Ve li ricordate dai, quelli delle vignette da settimana enigmistica. Pelle nera, capelli ricci con un osso infilato in mezzo, anello al naso, gonnellino di paglia… E nel tondo pentolone, fra le carote e il gambo di sedano, un pallido e paffuto cacciatore inglese che se ne sta lì a bollire, con i baffi flosci e il sudore paonazzo.
Non siamo sgranocchiatori di ossa per le barzellette, non degustiamo carne umana in salamoia accompagnandola con un buon bicchiere di rosso d’annata. E non baciamo feti nei barattoli.
Ma siamo cannibali. Siamo dei cannibali dannatamente fortunati.
Possiamo veramente mangiare di tutto. Lapidazioni, mariti che russano, cani che ritrovano i loro padroni, esecuzioni sulla sedia elettrica, le vacanze dei nostri amici, un barbone bruciato vivo, gattini che miagolano in coro, tumori in stadio avanzato, il ragazzino che per Natale pensava di ricevere la Xbox e invece si è beccato un maglione di lana. Ogni nostro desiderio trova soddisfazione e i piatti sono lì, a portata di click. Non dobbiamo pagare nulla, non dobbiamo chiedere nulla. E’ la stessa preda che ci invita ad essere sbranata. Una cuccagna e anche un paradosso.

Read More…

ß

Devo ammetterlo, davanti alla scharfes S sono in difficoltà, la saluto chinando il capo. E’ la signora che ci si adopera a servire e compiacere per timore reverenziale. Credo di averla inconsciamente eretta a simbolo della contorta macchinosità della grammatica tedesca. Austera, intoccabile, casta scharfes S.
C’è chi sostiene che una lingua rappresenti il suo popolo, un po’ come i cani che tendono ad assomigliare ai propri padroni.
Io credo che la lingua sia un elemento caratterizzante di un popolo, ma essa non si può prendere a misura per determinarne dei tratti unici e inscindibili. Sarebbe come usare un calibro a compasso per stimare la felicità dell’individuo.
Penso però che lingue diverse abbiamo possibilità espressive diverse. Voglio dire, i Rammstein ad esempio con l’italiano farebbero la fame.

Read More…

Tut mir Leid

Mein Herz Brennt.
Lascio i lai al prime time delle zampe di gallina stirate, ai plastici rappresentativi dei piagnistei, ai figli di Ax commossi fra le vesta di suore neomelodiche.
Farfalle e arcobaleni.
Ho prosciugato i colori per vedere la realtà senza distrazioni, ma ci sono effetti collaterali. Le lacrime scendono prive di sapore e il sorriso storce in smorfia sulle labbra.
Ostentazioni dei ribelli. Bambini cresciuti col grembiulino nero condividono le gabbie con una fauna fastidiosa. Maiali con l’orecchino al naso, galli cedroni dalle creste fluorescenti, corvi del malaugurio che si tagliano le braccia per non sentire l’altro dolore. Scomoda è la vista di tali animali, sono tutto ciò che sono e sono tutto ciò che non sono. Il punto è che loro sono e il scoprirsi non essere destabilizza l’io pettinato a squadra e la coscienza dalle scarpe lucide.
Mein Herz Brennt.
Brucia anche se il corpo l’ho perduto. Lasciato per scelta quando figlio del branco ho fracassato pregiudizio su una faccia sbarbata con l’orecchino a destra.
Oggi sono una voce senza rimorso.
Tut Mir Leid.
Voi cercate l’aedo che sappia abbattere le mura. Ma voi siete quelli che piangete, voi siete quelli che si identificano, voi siete quelli che se la prendono a cuore, voi siete quelli che vi indignate. Voi, non io.
Io sono la voce che vorrebbe bruciare il mondo.
Tut Mir Leid.
Misurate la violenza con il mezzo sbagliato, come pesare l’acqua con un centimetro. La violenza è una scelta, non un istinto. La puoi apprendere, la puoi respirare, la puoi subire senza diventarne schiavo. La violenza è una scelta.
Ich Bin.
Vorrei essere l’artista dalle piume di struzzo, la pennellata che buca la tela, la composizione in minore che ti si pianta a fondo anima.
Io sono la voce che vorrebbe bruciare il mondo. Io sono la voce che vorrebbe cambiare il mondo.
Io sono la voce immaginata dal tuo cervello letterato, io sono la voce che mendica attenzione.
Ich Bin.
E’ pelle sotto la mia pelle. E’ un grido in continuo crescendo. E’ una bestia che non puoi affamare. Se sei scaltro schivi i suoi affondi. Se sei scaltro non la provi a soffocare. Se sei scaltro sopravvivi. La rabbia non è una scelta.

Io sono la voce che ha bruciato il mondo.

La tua freccia Cupido (2014)

Rosa

Okay, è un po’ fuori stagione, ma l’avevo scritta e ora la bloggo.
Oh, la cara vecchia panchina sotto casa. E’ da quando avevi otto anni che non ci ritrovavamo qui. Certo, all’epoca delle mie frecce non sapevi che fartene. Oh, guarda, i nostri nomi incisi, mi ricordo di quel giorno, che nostalgia…
Sì, mi ricordo anch’io di quel giorno, ci avevo messo parecchio a sgombrare la panchina dalla neve. Chissà perché poi questa panchina rimane sempre qua, dovrebbe sparire come le altre e ricomparire ai primi sentori di primavera.
Già, chissà… Comunque Elle, l’anno scorso ti ho riacciuffata appena in tempo, un attimo dopo e saresti precipitata nelle voci. Non sei tornata a guardarle, vero?
No Cupido, non sono tornata. Ho detto che non sarei tornata a guardare le voci e non l’ho fatto. E poi non credo che sarei riuscita a vederle, senza freccia.
Giusto, la freccia, che tragedia, sicura che non sia recuperabile?
Sicura sì, l’ho ricomposta un pochino, per darle una certa dignità, ma non c’è più nulla da fare ormai, nulla. Ecco, l’ho messa in questa scatola di legno, così da non doverla vedere, perché non è un bello spettacolo. Tieni, prendila, è affare tuo adesso, immagino.
Sì, me ne occupo io. Certo che sembra quasi una bara. Le manca solo la scritta R.I.P.
Beh, in un certo senso lo è.
Posso aprirla?
A tuo rischio e pericolo, come ti ho già detto, non è per niente un bello spettacolo.

Read More…

La tua freccia Cupido (2013)

tvb

Elle, porca miseria, mica hai le ali tu.
Come… cosa?
Eh, comecosa… Che stavi facendo? Lo so che non volevi finire di sotto.
Io… No, io non… Io stavo guardando le voci…
Le voci? Le voci dal fondo vuoi dire?
Sì.
Lasciale perdere, dicono solo menzogne.
Sono così melanconiche.
Lo sono è vero.
Non le aiutiamo?
E’ troppo tardi, niente e nessuno le può aiutare.
Ma sono passata di qua tante volte, perché non le avevo mai viste prima?
E’ per via della freccia. Oggi sei qui con la freccia.
La freccia le può aiutare?
No, no e ancora no. Niente, assolutamente niente può aiutare lo voci dal fondo. Sono attratte dall’amore intatto della freccia, ma nemmeno con quello troverebbero consolazione.
Mi dispiace per loro.
Lo so. E’ meglio non restare ancora qui.
Sì, hai ragione. Facciamo due passi?
Okay, ma i passi li lascio fare a te. Io preferisco svolazzare.
Come vuoi. Allora Cupido, che novità in questo ultimo anno?
Oh, il solito. Gli amori nascono, muoiono, rinascono, mutano, si spengono, bruciano, si spezzano, poi magari nascono ancora una volta…
Ho capito, ho capito.
E tu Elle, della tua rarissima freccia, cosa mi dici.
Eh, che ti dico. So che mi accompagnerà per tutta la vita, perché è così convinta della sua scelta che mi ha segnato il cuore. So che non potrà mai sprigionare il suo amore, perché ormai è passato troppo tempo. Sai, è come per i popcorn. O fanno pop diventando dei bei simpaticoni da sgranocchiare, o non fanno pop e rimangono dei cosetti informi tutti affumicati che faresti meglio a masticarti un sasso. Io guardo la mia freccia ed è meravigliosa, è tutta un pop per capirci. Ma per… l’altra parte la freccia non esiste e mai esisterà, ed ecco che diventa un inutile, bruciacchiato scarto. Almeno una sbirciatina… Mi piacerebbe poter vedere cosa sarebbe successo se. Magari sarebbe andato tutto storto, chi lo sa, e anche una freccia come questa sarebbe finita in frantumi. O magari saremmo invecchiati insieme, due rugosi sorrisi che ancora si fanno compagnia, lenti passi che camminano lungo eterni pomeriggi, mano nella mano. Ah, sciocchi pensieri di una sciocca romantica. Sono troppo incline alle seduzioni della fantasia, tanto che il ritorno alla realtà mi spiazza, mi coglie impreparata. Preferirei allunare e rimanere là, nella mia dimensione, dove ho due occhi, dove ho l’amore.
Elle, sicura di non voler restituirmi la freccia?
Sicura sì, separarmi da lei vuol dire lacerarmi l’animo e quello mi serve tutto intero. Preferisco un’autentica infelicità ad una felicità obbligata a stare stretta.
Vedrai, l’anno prossimo sarò qui a vantarmi di quanto abile sia stato a fare un centro perfetto con la gemella della tua freccia.
Ottimista fino al midollo. Stavo quasi per dimenticare che sono qui a parlare con il dio dell’amòòòre.
Amica mia, devo andare ora. Tornerai a guardare le voci?
No, non lo farò.
Appuntamento al prossimo anno?
Ormai è una tradizione pare.
Ti saluto Elle, insolito bipede.
Ciao Cupido, ciao.

ItaloPicasso

Hand

Venite gente, accucciatevi qua, sui gradini del sagrato, voi, la piazza ed il vostro bel paese, sarete il mio teatro. Mi chiamo Jacques e, l’avrete capito, sono un trovatore, estemporaneo forse, visto che mi accompagno col sassofono tenore. Buffone di corte, pagliaccio, istrione? No, io non credo: sono un artista, un folle, un aedo. Sono fatto di parole, di musica e rimare, e proprio di questo ora vi vado a narrare.

Improvvisavo come tutti, giù a New Orleans, dentro e fuori dai locali: note e gin. Rincasando in una fredda alba di neve, vidi qualcosa luccicare, nel giardino dietro casa di Bobby Danese. Compagno di jam session, maestro e amico vero, c’era anche lui, muto nell’ombra di un vecchio e spoglio pero. Vestito solo di pantofole e pigiama, pareva piantare un germoglio, canticchiando “Sweet Home Alabama”. Apro il piccolo cancello cigolante, e quel che vedo è davvero sconcertante. Guardo meglio, ancora non ci credo, quel giardino è diventato un cimitero.

– Amico mio, ma cosa hai fatto?
Lui sorridendo mi risponde: – Ho ucciso ItaloPicasso.
Raccolgo una chiave d’argento tutta spiegazzata, è una deformità senza musica, una melodia spezzata. ItaloPicasso, rauco Selmer del cinquantasei, fluido e ramato, non piangerà più il blues in Alone Way, il suo spirito se ne è andato. Osservo ancora i resti del suo corpo, ficcati nella neve come primule precoci, e poi fisso il volto dell’amico, che negli occhi ha il riflesso delle croci.
– Troppi anni pesano ormai su queste mani, troppi giorni sulle note ho consumato. Sono stanco, non suonerò domani. ItaloPicasso, beh, lui l’ho liberato. Era la mia musica, la mia anima, la mia stessa vita. Come potevo lasciarla lì, sola e senza voce, l’avrei tradita. Ho spremuto ogni chiave, tasto, perfino sugheri e feltrini, finché è rimasto solo silenzio mesto. Poi ho infilzato tutto nella neve, perché lei, lo sanno anche i bambini, è compagna di riposo, di dimenticanza è pretesto.
Non aggiunse altro.
Bobby Danese visse ancora diversi anni, ma in realtà morì in quella neve. Dell’uomo certo vestiva i panni, ma non c’era calore nella sua voce lieve.

Lasciatemi salutare l’amico e voi, con il mio sol diesis dissonante, che mi assomiglia, perché è sempre un po’ stonato, o troppo crescente, o troppo calante. Infatti provate voi a dirmi se esiste un posto per me adeguato, con questi vestiti appariscenti che nascondono un animo tormentato. Ditemi dove posso sedere senza essere notato, dove posso vivere, se non sono tangibile e concreto. Musica e parole, questo sono io. Sono il pazzo, sono il giullare, e con un inchino, vi dico addio.

Neon

Il neon sopra lo specchio scheggiato iniziò a lampeggiare. Steve lo colpì, irritato, ma ottenne solo una lieve incrinatura. Imprecò. La luce, violentemente intermittente, sbatteva sulle pareti piastrellate di verde, moltiplicandosi in frammenti sempre più accesi.

Steve chiuse l’acqua che stava riempiendo la vasca. Si soffermò ad ammirare il lento galleggiare di un ragno senza vita, poi i suoi occhi caddero più in basso, sul fondo scrostato, e rimasero lì, persi nel tempo, senza la forza di risalire.

Il neon sibilava e rantolava nella sua psichedelica agonia. L’alternanza di luce e buio cresceva in contrasto e velocità, sfalsando il ritmo cardiaco, disturbando il naturale respiro e inasprendo il carattere di Steve.

Un grido, poi un pugno secco, sordo. L’acqua si increspò, venata da un sottile odore di sangue.

Steve strizzò gli occhi, tentando di mettere a fuoco la ferita sul dorso della mano. Era slabbrata, stranamente profonda. Sanguinava di un rosso denso e scuro.

La rabbia, esaltata dal dolore, ruppe gli argini e Steve iniziò a scagliarsi contro ogni cosa. Una furia isterica scardinò un pezzo di tubatura. Resti di intonaco saettarono via, mentre l’uomo si gettò feroce contro il neon. Gemito terrorizzato di scintille, poi più nulla.

Solo buio e nient’altro.

Steve scivolò in camera, senza badare agli specchi che riflettevano il suo volto madido di paura. Strappò una piccola chiave dalla catena che portava al collo.

Il cassetto è aperto.

La città planetaria (di Ernesto Balducci)

 

Di tanto in tanto sono passati tra di noi uomini che ci sembravano quasi stranieri, tanto diversi dalla nostra tribù nel linguaggio e nelle opere. Essi prefiguravano l’uomo che attendo, anzi, che è già in me, dentro l’involucro dell’uomo vecchio.

Mentre abito la città presente, con i suoi limiti, i suoi dogmi, le sue divisioni, insomma la sua ferocia velata di cultura e di religione, già abito, per una specie di doppia appartenenza, la città planetaria, in cui, divenuto inutile tempio, ogni uomo ama spartire il pane e il vino.

Se noi lasciamo che il futuro venga da sé, come sempre è venuto, e non ci riconosciamo altri doveri che quelli che avevano i nostri padri, nessun futuro ci sarà concesso. Il nostro segreto patto con la morte, al dispetto delle nostre liturgie civili e religiose, avrà il suo svolgimento definitivo.

Se invece noi decidiamo, spogliandoci di ogni costume di violenza, anche di quello divenuto struttura della mente, di morire al nostro passato e di andarci incontro l’un l’altro con le mani colme delle diverse eredità, per stringere tra noi un patto che bandisca ogni arma e stabilisca i modi della comunione culturale, allora capiremo il senso del frammento che ora ci chiude nei suoi confini.

E se fossi… (12 febbraio 1991)

Novantuno… a un passo dai dodici anni quindi. Prima media, tema di italiano.

Ho pensato tante volte di trasformarmi in un animale, però in un animale forte, perché nessuno potesse uccidermi.

La prima cosa che ho pensato è stato un leone, perché si dice che è il re degli animali. Però subito dopo mi è venuto in mente che il leone può essere cacciato e ucciso dai cacciatori e inoltre, nelle lotte con gli altri animali, potrebbe morire.

Allora ho pensato che forse era meglio un animale domestico, come per esempio un gatto. Ma poi mi sono chiesta: “E  se capitassi nelle mani sbagliate? Potrei essere abbandonata, oppure maltrattata…”

Allora ho pensato di diventare un cane, ma sono arrivata alla stessa conclusione del gatto.

Ho pensato a un cavallo, che in fondo è un animale elegante. Però le persone mi avrebbero cavalcato e a me questo non va.

Mi è venuta in mente la mucca, però pensando che rigurgita il cibo mi è venuto schifo e l’ho scartata.

Ho pensato al serpente, alle farfalle, a un uccello, a una pecora e a tanti altri, però avevano tutti qualcosa che non andava.

Ho pensato alle persone importanti, potenti, ma gli altri mi avrebbero guardato con invidia e odio.

Alla fine sono arrivata a una conclusione: è meglio essere sé stessi e non altri. Anche se ho molti difetti mi piaccio così.

Next Posts

Categorie